sabato 19 settembre 2020

Due parole su come ho reagito ( a come hanno reagito le persone ) alla pandemia.

Qualche tempo fa ho scritto un post prendendo come spunto il caso Bocelli. Avevo scritto che anch'io mi ero sentito umiliato e offeso. Dopo le reazioni che ho suscitato (ovvero come se avessi bestemmiato dentro San Pietro a culo in fuori ) ho però cominciato a domandarmi se davvero mi fossi sentito così quando il Lockdown è stato emanato. A volte è difficile dare un nome a ciò che si prova, e in casi eccezionali come questo lo è molto di più e una parola spesso non basta e nemmeno una chiacchierata e forse nemmeno un giorno di terapia. Perciò sarebbe bello se potessi parlare serenamente di questo e sopratutto senza tendere a schierarmi da nessuna parte o voler confermare tesi, difendere approcci, o cercare conferme, ma se lo faccio è perchè è un fatto umano e anche utile alla società e a noi stessi. Perciò, siccome persino il Lockdown non è stato come una bomba esplosa da un momento all'altro, allo stesso modo i miei sentimenti verso pandemia e quarantena e dispositivi e norme di comportamento etc. hanno seguito l'andamento della pandemia e dei vari decreti emanati. Perciò voglio adesso qui provare a riassumere come ho vissuto un po' tutto quell'arco di tempo.
All'inizio, quando si parlava del Covid ero scettico sulla sua gravità, e mi sorprendeva vedere come tutti seguivano la cosa e cominciavano ad allarmarsi e prospettare scenari che mi sembravano assurdi. Poi sono finito pure io in una specie di autoquarantena perchè un mio amico era stato male e avevamo avuto contatti e allora finalmente mi sentivo parte di quello che stava succedendo, mi hanno pure portato la spesa in casa, come si faceva a Milano o Bergamo, cioè eravamo dei casi da tenere sott'occhio, roba serissima.
Poi ci sono state le prime chiusure e quindi il lockdown e tutte le limitazioni e pensavo che fosse strano che i supermercati non chiudessero il sabato e la Domenica. Ero tranquillo anche se sempre scettico e non capivo la paura e l'allarme. Mi costruivo delle cretinissime mascherine con la carta da forno e pensavo "ma perchè cazzo queste mascherine non le fanno indossare a tutti?" Difatti, poichè le mascherine non erano obbligatorie e manco se ne parlava granchè nonostante il virus fosse ormai diffuso, sviluppai l'idea che le mascherine contribuiscono sì a non diffondere il virus, ma fino a pagina 2, per motivi che non starò qui ad approfondire. E tutt'ora lo penso. Perciò quando i vari sindaci che non sapevano che pesci pigliare, dopo due mesi che si parlava di questa benedetta pandemia, si sono svegliati cominciando a emanare leggi sull'utilizzo delle mascherine, la cosa mi ha preso male e la mia impressione fu che l'obbligo di mascherina non fosse altro che un surplus normativo deciso dai politici solo per far vedere che stavano facendo qualcosa per i cittadini. Ad ogni modo, per il famoso, adorato e quasi dogmatico principio di precauzione, le uso come le usano tutti, anche con una certa gratificazione, tutto sommato. Poi, e qui arriva il bello, il Lockdown è diventato sempre più serrato: chiusura di parchetti, chiusura delle sezioni di cartolibrerie e scolastica, varecchina per strada, mascherine all'aperto guanti etc. Queste notizie mi prendevano molto male. Poi la botta: non si può uscire di casa se non entro i 200 metri. E lì mi sono girato di coglioni. Ma molto, e ora lo posso dire, e quindi correggere il tiro rispetto a quanto ho boccellianamente detto, che mi sentii, tra i vari e contrastanti sentimenti, anche sopraffatto e impotente. Non ero più quello che si faceva le mascherine, era quello che doveva stare in casa. E tutte le menate sulla solidarietà, sul prendersi cura dell'altro, sulla paura dei cittadini, per me erano e sono menate televisive. Tutto questo lo faccio perchè sono un buon cittadino, non una brava persona. Beh si, forse sono anche una brava persona in fondo, ma...a questo punto sorge una domanda filosofico-antropologica: dove inizia la persona e dove comincia il cittadino? Mamma mia... questa è una bomba di domanda eh... quindi ora potrei dedurre di me stesso che sono uno stronzo insensibile, ma sono un buon cittadino. Ai posteri l'ardua sentenza. Ma ritorniamo al sentimento di sopraffazione, a quei duecento metri che dovevano essere il nostro spazio vitale. Io, che vivevo in un paesino di 1000 abitanti e che avevo la campagna a 200 metri, dove, anche quando non esisteva il coronavirus, non c'era anima viva per le strade, adesso non potevo uscire e farmi i SACROSANTI CAZZI MIEI.
A tutt'oggi, tutte le risposte che mi si danno a motivazione di questa disposizione e il fatto che fosse una cosa temporanea continuano a lasciarmi perplesso su quale ruolo e in quale tipo di gratificazione debba soddisfarsi un cittadino obbligatoriamente confinato nei duecento metri adiacenti la sua casa. Dopo questa misura restrittiva ho cominciato più seriamente a interrogarmi sulla libertà e se lo stato è in grado di privartene, se ce ne abbiamo una e dove la nascondiamo e come dovrei farne uso. Credo che le risposte a questo siano molteplici e mai definitive o completamente soddisfacenti. E' bello parlare di libertà quando lo stato te la garantisce, ma quando lo stato decide di usarla in virtù del fatto che te la garantisce, parlarne non fa più tanto piacere ma diventa una roba molto seria, per questo motivo, qualcuno preferisce concepirla come un illusione o come un condizionamento e circoscriverla unicamente al campo spirituale. Credo che la libertà abbia a che fare coi sentimenti e con la responsabilità individuale, oltre che con le leggi dello stato. Con me non funziona la frase spirituale "Tu sei libero se lo vuoi". Con me funziona la frase: "tu stai male e molto". Mi rende più libero. Tornando al lockdown : quando le misure si sono allentate ovvero quando si è ripreso a poter uscire oltre i 200 metri, anche se non si poteva andare negli altri comuni a fare la spesa, allora mi sono tranquillizzato di nuovo. Ma il malessere mi sorgeva e mi sorge tutte le volte che guardavo telegiornali o scrollavo FB e sentivo gente esortare"gli stolti" a usare le mascherine quando non a offonderli. Ovvero 20 ore su 24. Ecco questo in sostanza è quello che ho provato. Ora mi sento meglio, mi sento più confuso di prima, dunque sto bene.



martedì 28 luglio 2020

Libertà e disagio da pandemia.



Edouard Levè, serie "Quotidien".


Anch'io mi sono sentito umiliato e offeso da alcune misure contenute nel Lockdown emanato dal governo per contrastare il diffondersi del virus. E anche dall'atteggiamento di buona parte dei cittadini. Non solo; mi sono sentito impotente, completamente inutile e anche un po' idiota, e a volte mi sono sentito anche un privilegiato. Ma anche un po' come uno che si nasconde in attesa che...boh. Certo non sarei mai andato a dirlo ad un convegno di negazionisti organizzato da Sgarbi.
E' dura la vita di noi che ci sentiamo umiliati ma non troviamo nessuno di convincente a confermarci che viviamo in un sistema totalitario e che propaganda, conformismo e paura hanno preso il posto dell'informazione e dei normali scambi umani. Perchè puoi anche avere quell'impressione, suscitata ogni giorno dalla visione di TG, stampa, contatti FB, amici che la pensano in un certo modo o amici che non la pensano affatto,  parenti o amici pronti a condannare, offendere e giudicare severamente o peggio esprimere rabbia  e frustrazione verso chi "non segue le disposizioni". Ma, se quelle impressioni non sono confermate, o condivise, restano appunto quello che sono: impressioni, che sono comunque parte della tua personalità, e vanno coltivate, espresse, rispettate.


Edouard Levè, serie "Pornographie"


E' dura la vita di noi che ogni giorno non riusciamo a rinunciare a uno scroll su FB e assistiamo a cascate di bempensantismo umanitario, moralismo regressista, realismo orwelliano e solidarietà fondamentalista.
Si dirà, come ho detto, che è solo una impressione personale. Si tireranno fuori numeri, statistiche, studi scientifici. Si dirà che le informazioni ci sono, si dirà che i media sono sì corrotti, ma che lo sono da sempre, che è la fisiologica corruzione dei media e che nel complesso esprimono un sostanziale equilibrio democratico. Si dirà che i morti ci sono, si dirà che i contagi ci sono anche se la carica virale è bassa e allora si evocheranno Bergamo, Milano, le sirene, l'esercito con le bare. Si dirà che Orwell ci ha fatto male, che abbiamo letto troppi romanzi distopici, che stiamo travisando tutti gli insegnamenti che fin qui abbiamo tratto dai libri e dalla tradizione democratica, che mettere in gioco la libertà in una condizione come questa è fuorviante e fuoriluogo, esagerato. Si dirà, in sostanza, che bisogna avere pazienza.


Edouard Levè, serie "Pornographie".


Quanto è dura la vita di noi persone impressionabili e un po' egoiste che pensiamo troppo semplicemente al concetto di Libertà e democrazia. Che sembrano essere diventati più dei concetti che dei valori: ognuno, grazie anche ai social è libero di esprimere la propria opinione. Passiamo più tempo a esprimere opinioni che a esprimere libertà. L'opinione è sopravvalutata. Credevo che un valore desse maggiori certezze, o quanto meno delle basi. Sembra che non sia così. Sembra che la libertà sia troppo poco importante per essere motivo di disagio.
Dunque che importa se mi devo mettere la mascherina o devo stare chiuso in casa? Che importa se ho paura di abbracciare quella tal persona o se quella persona ha paura di abbracciare me? Che importa se devo mantenere la distanza di un metro da chiunque? Che importa se oltre a essere considerato un consumatore sono considerato anche un portatore di malattie? Finchè posso beatamente esprimere tutto ciò che penso attraverso i social comodamente seduto nella panchina di un centro commerciale climatizzato, o nelle chat su WAzzap, nei ritrovi su Zoom, che importa? Si dirà che è solo un condizionamento, un'abitudine come un'altra, che tutto questo è per il bene del prossimo, per il bene dei tuoi cari, dei tuoi amici, dell'anziano 80 enne, e che per il proprio bene c'è sempre spazio, ma da qualche altra parte.


Edouard Levè, serie "Reconstitutions".


Edouard Levè, serie "Reconstitutions-Reves reconstitués"


Quanto è dura la vita di noi a cui piacerebbe avere la conferma che questa è una dittatura tecnomedicalizzata, che la libertà non è più un valore fondamentale, che l'umanità stessa è degradata a sentimenti di controllo che opprimono la libertà personale, e che ora tutto questo, a causa dell'emergenza, è pericolosamente incoraggiato quando non obbligato dalle istituzioni. Si dirà che ognuno è padrone della propria umanità, si dirà che qualche norma di comportamento non pregiudica i sentimenti umani, si dirà che qualche cambio di abitudine non ci precipita negli abissi del totalitarismo.
Forse so cosa è la libertà. Forse. Non fingo di conoscerla. A parte l'amore profondo e la bellezza, che ritengo la base di qualunque cosa, si può essere liberi in qualunque condizione, a patto che ci si assuma la responsabilità di rispettare i propri sentimenti, e di conseguenza quelli degli altri, non per essere dei buoni cittadini, per benpensare o cercare qualche forma di integrazione, ma per poterli esprimere partecipando con pienezza e senza soggezione alle esperienze che la vita ci porta. Anche con carattere contestativo, dissidente o utopico, tutti atteggiamenti che sembrano così essere "fuori moda" oramai, ma che, oltre a rappresentare una parte importante dell'attitudine psichica, potrebbero tornare ad essere parte importante nei meccanismi di ripresa culturale e democratica di un paese.

domenica 3 maggio 2020

Come ho scoperto di essere un egoista. Grazie al Coronavirus.







In questi ultimi giorni sono rimasto molto sorpreso dalle reazioni suscitate dal discorso di Matteo Renzi e dalla sua uscita "sui" morti di Bergamo. Tecnicamente,se facessi un confronto tra queste reazioni scandalizzate e quello che ho sentito dentro di me nel sentire le parole di Renzi, ne dovrei dedurre che sono un insensibile. O che non me ne frega nulla della vita pubblica, o che non me ne frega niente di chi muore e soffre. O che non conosco il linguaggio politico, o che sono un ignorante, o che sono un Marziano, un pazzo, non so. Io quando ho sentito Renzi non ho registrato alcun tipo di emozione, scandalo o indignazione. Calma piatta, sismografo spento. Naturalmente siamo tutti diversi, e ognuno ha le proprie reazioni alle cose e perciò non ho nulla da dire a chi si sente indignato, scandalizzato, schifato etc.
Devo dire che io prima di essere indignato o schifato ce ne passa parecchio eh. Difatti l'indignazione sembra un po' un sentimento da capo di stato, da generale delle forze armate, da principe del Galles. "sono indignato". E lo schifo? La cacca sulle dita mi fa schifo, la merda di uccello sulla maglietta, mi fa schifo. Le cose che mi fanno schifo le dico soltanto ai miei amici, sono confidenze: "Minca oh, la musica hip hop mi fa schifo cazzo", "quel fumetto fa schifo" "quel film fa schifo". Nemmeno Salvini riesce a farmi schifo. Sono egoista. Sono egoista a non serbare un po' di schifo per alcune fette della cosa pubblica. Dai, non tenerti lo schifo tutto per te, non fare l'intellettualoide, non usare lo schifo solo per sfogarti con gli amici, pensa un po' anche agli altri, rendi un servizio a tutti e parlaci dello schifo.
E va bene. Sapete a me cosa mi fa SCHIFO? Un tremendo schifo, ma uno schifo da vomitare, uno schifo da giramento di testa, uno schifo da crisi epilettica, uno schifo che quando lo provo devo prendermi il Valium per calmarmi, il Rotcko, il Cisponol e il Fratoval tutti insieme ( Quindi il mio schifo è certificato, è potentissimo, e più potente del vostro, il vostro schifo al mio gli fa un baffo ). Mi fa schifo che dall'inizio di questa pandemia ci siano pubblicità che continuano a dire che andrà tutto bene manco che avessero la sfera di cristallo. E continuano a dirlo nonostante le migliaia di morti, la sofferenza di quelli a cui i morti erano legati, nonostante quelli che stanno male anche se non sono morti, nonostante quelli che sono costretti a vedere la propria libertà di movimento calpestata e umiliata "a fin di bene". Nonostante la depressione psicologica collettiva ed economica che tutto questo ha causato, nonostante che tante persone hanno perso soldi e probabilmente entreranno in crisi e perderanno il lavoro, e se non lo perderanno, sicuramente sono preoccupatissimi e stanno vivendo un momento di enorme stress.  E nonostante la crisi sociale che questo potrebbe causare. Nonostante il clima di controllo, di sospetto, di allerta estrema, di ossessione, di pericolo, di appestaggio, questi dicono: andrà tutto bene.
Però, in fondo, lo devo confessare: non ci riesco a dire che una cosa mi fa schifo. Serve troppa autorità per dire che una cosa fa schifo, per dirlo agli altri, per mostrarlo. Insomma servono le palle. Serve troppa autorità persino per cominciare a parlare dello schifo e finire ad esprimere troppe cose tutte insieme. Difatti me ne scuso. Mi scuso di non avere le palle. So che ce ne sarebbe bisogno di palle, ora più che mai, e mi spiace di non avercele. Mi scuso anche di essere così creativo, ijn un momento come questo mi scuso di aver osato ostentare la mia diversità, di aver osato esprimerla.
Si tratta chiaramente di irresponsabilità, di un infantile desiderio di evadere, l'incapacità di accettare la durezza della vita, incapacità di solidarizzare e di fare la propria parte nel consesso della vita collettiva. E quindi in una sola parola, di egoismo, e dunque, la merda in definitiva sono io. L'unica sorgente di schifo che devo respingere, incolpare e additare sono io, sempre e solo io.
Ma forse sono persino fortunato a non provare schifo. Posso considerare di aver un buon equilibrio emotivo. Ma che dico... che dico mai! Chiedo scusa se sto cercando di trovare una morale in tutto questo che ho scritto e cercare motivo di consapevolezza personale quando invece dovrei confessare al mondo intero la mia evidente carenza di empatia! So che dovrei piangere per i morti di Bergamo e dimenticare completamente tutti gli altri morti del globo e tutti gli altri morti dell'umana storia universale e concentrarmi solo sui morti Italiani, ovviamente i morti per il Covid. Il mio solito egoismo cerca sempre di trovare qualcosa di positivo per me stesso, ricavare una lezione inesistente da uno sciocco sfogo personale.
Stupido, stupido, stupido.

venerdì 1 maggio 2020

No future.








Tu ci provi a ritagliarti uno spazio "privato" soddisfacente, e ne godi anche, te lo godi proprio. Come hai sempre fatto, come ti piace fare.  In questo turbine di stress totale, di malattie, di morte, di appestaggio, di scienziati, di virologi, di politici che dicono cazzate, di politici che sembrano migliori di quello che pensavi, di leggi restrittive, di leggi contenitive, di leggi comprensive, di leggi permissive, ci provi a farti i cazzi tuoi. Perchè inoltre è l'unica cosa che ti rimane, non hai altro.
Fai anche da bravo perchè quando esci, per lavorare,  ti metti la mascherina e i guanti, ti disinfetti le mani, mantieni le distanze, (mantieni un sacco di distanze) fai le firme false per non fare toccare la penna agli altri. Tutto quello che ti viene in mente e che puoi fare, lo fai. E sei quasi soddisfatto, nonostante tutto.
Poi, come ti è sempre piaciuto fare, provi a dare una sbirciatina all'esterno, per comunicare, come hai sempre fatto. Per esprimerti insieme a qualcun'altro, per partecipare, sentirti un pochino parte dell'universo umano. Un pochino. Magari provando a fingere di avere una opinione. Così, giusto per partecipare. Ma non è possibile. Non è possibile avere un opinione. Ma che dico opinione, non è possibile avere una prospettiva, una prospettiva, si quella. E scopri che quello che fai non è abbastanza. Non è abbastanza per gli altri, non per te. Perchè devi prendere appunti sul taccuino come fanno tutti. Segnarti i nomi di quelli che non usano la mascherina mentre camminano da soli per strada,   di quello che è andato a correre insieme a quell'altro, di quello che è andato dai parenti a prendersi le uova, di quell'altro che si è fumato la sigaretta con l'amico, di quello che non si è messo i guanti non si è lavato le mani e si è messo le dita nel naso.
Forse perchè a casa non sai che fare, forse perchè hai bisogno anche tu di sentirti partecipe della guerra, forse perchè hai ascoltato per filo e per segno centinaia di virologi e duecentomila approfondimenti e hai capito che solo così si può sconfiggere il virus. Poi forse, un giorno, chissà, tra un mese, quattro mesi o due anni o quattro anni torneremo alla "normalità", come se tutto questo non fosse esistito, come se non fosse una ferita sempre più profonda, come se fosse solo un passaggio come un altro. Ma intanto adesso mi segno il taccuino, così se mi ammalo o se si ammalano i miei cari posso sempre trovare un responsabile, posso segnare una catena logica di responsabilità, ricostruire i fatti e farmene una ragione. Perchè i virologi mi stanno spiegando che tutto è controllabile, che il fato non esiste e che c'è solo una cosa da fare: seguire le disposizioni. Altrimenti tua madre potrebbe morire, tuo nonno, la tua ragazza, sua moglie, nostra suocera, vostra nuora, suo bisnonno. E allora me ne resto murato in casa, senza prospettive, senza un minimo di idea, senza spunti, solo la paura, l'ansia, magari un po' di frustrazione, a tenermi vigile solo per stare lontano dagli altri, per nascondermi con le mascherine, coi guanti, per salvarmi la vita, salvarla a me e a tutti, tutti gli altri. Si può fare, solo altre due settimane, due mesi, due anni, non ci vuole chissà che, mascherina guanti distanziamento, sacrifici controllo, regole, disciplina stress ansia paranoia, ossessione, solo questo, solo un po', per essere poi felici, tra due mesi o quattro,  tra due anni o tre.

mercoledì 29 aprile 2020

Fattorie e cieli.





Questo dipinto l'ho realizzato lo scorso anno in occasione della mostra organizzata a Villanova Truschedu. C'è poco da dire, è venuto piuttosto bene. E le aziende agricole sono un mondo interessante da esplorare perchè sono un miscuglio tra natura, meccanica, ordine e caos. Galline, maiali, cavalli, cani, gatti pecore, capre, vacche, odori rumori e tutto ciò che si muove in questo mondo lì lo puoi trovare. Quindi per un certo periodo ero interessato a trovare soggetti di questo tipo ma il problema è che devi avere il permesso di entrare, e siccome io quando cerco un soggetto mi prendo parecchio tempo e rimango due ore a gironzolare osservandomi attorno, curiosando, facendo foto, e magari a volte non trovo neppure il soggetto e dunque non dipingo, allora sono in imbarazzo prima di decidermi a chiedere di poter entrare in una fattoria perchè penso che mi guardano stortissimo. Ad ogni modo quella volta tra Villanova e Ollastra, nelle due aziende che mi hanno ospitato sono stati molto gentili e non mi hanno guardato storto. Rimane sempre un po' di timidezza lo stesso.




In questi giorni a causa della quarantena ho dovuto dare un taglio al mio desiderio "psicogeografico" di esplorazione dei luoghi e mi sono concentrato su un soggetto che ormai da tempo stava attirando il mio sguardo: il cielo. Il Cielo è fantastico. Ne ho già parlato se non sbaglio, ma ne parlo di nuovo.
Poichè la pittura ad acquerello comporta una serie di sorprese ed effetti (quasi) incontrollabili, e poichè volevo in qualche modo padroneggiare la concretezza del colore per rendere la sensazione di spazialità e vastità trasmesse dal cielo, già da tempo avevo intenzione di provare ad utilizzare i colori ad olio. Cosa che sto facendo. La pittura ad olio è molto diversa da quella ad acquerello. Per iniziare ho comunque fatto alcune prove dal vero cercando di terminare il lavoro entro due-tre ore. Adesso sto provando a fare una prima mano, attendere una settimana che il colore si asciughi e continuare con una seconda mano cominciando a dare carattere al lavoro, per poi eventualmente riprendere con passaggi o ritocchi successivi. Sono ancora in work in progress, quindi questa metodologia è ancora tutta da esplorare e rivedere, ma più o meno, adesso lavoro in questa maniera.






Non potendo uscire per comprare tele, avevo una sola grande tela che ho suddiviso
i cinque parti, per esercitarmi su dimensioni ridotte, nelle quali mi trovo maggiormente a mio agio.
Il lavoro non è ancora terminato, come potete vedere.

Grazie all'olio inoltre si può cominciare a percepire come anche la tela e la pasta cromatica abbiano da parlare. Questa per me è una grande scoperta. Bisogna anzi trovare il modo che la tela e la pasta parlino insieme a te, e certe volte dicono più loro di te. Non posso però dire che sia solo la tela a parlare: perchè se è vero che senza lei non esisterebbe il miracolo della pittura, sono io che decido che pennello usare, che tela usare, e per quanto tempo devo lavorare, ecco perchè mi piace dire che io comunico alla tela e lei comunica con me per dire qualcosa a tutti, per scoprire qualcosa. Questo è un percorso lungo e non bisogna avere fretta. E' bello scoprire cosa la tela voglia dirmi in due ore, ma è altrettanto bello, con calma e pazienza vedere se la tela mi può parlare anche nei giorni successivi, scoprire se posso dirle qualcosa, e a volte questo sembra davvero difficile, a volte sembra terminato, altre volte si scopre che il fascino di un lavoro deve ancora essere scoperto. I cieli in particolare sono estremamente difficili perchè hanno minime varianti cromatiche e la loro grandiosità, la vastità che comunicano è difficile da riportare.
Sono combattuto tra lavori di lunga durata e lavori brevi, ma credo che in fondo i due approcci si compenetrino. Sicuramente per i lavori di lunga durata, ai quali mi ero disabituato, essendo che lavorarvo prevalentemente dal vivo, ci vuole pazienza e costanza e una certa disciplina. E pocihè mi sto in qualche modo abituando o comunque approcciando al lavoro "in live", all'improvvisazione, al flusso (anche in scrittura per esempio), i lavori di lunga durata li trovo più faticosi ultimamente. Beh. Questo è quanto.
Grazie dell'attenzione.

domenica 19 aprile 2020

Un incontro.

L'ho incontrato. In aperta campagna. Al limitare del paese, tra il cielo azzurro e il verdeggiare dei campi. Era lui, era Alessio Boni.
Ci siamo fermati l'uno di fronte all'altro. Il silenzio della campagna era rotto solo dal frusciare del vento sulle spighe di grano acerbe e da qualche uccellino dispettoso.
Alessio mi guarda ed io fatico a decifrare l'espressione che regna in quel suo volto affascinante, maturo e severo.
"Ho dovuto farlo". Mi dice continuando a guardarmi negli occhi, "Hanno bisogno di noi, hanno bisogno di parole! Non lo capisci?". Io non replico, mi sento sorpreso e ammutolito e più delle sue parole mi sembra che parlino i suoi occhi, verdi e penetranti, i suoi capelli brizzolati, la sua barba schiumosa e regolare.
"Perchè non lo vuoi capire Gianluigi? Perchè non vuoi comprendere la loro debolezza, la debolezza di tutti noi?" Sussurra appena, portando gli occhi verso il campo di grano ed aggiungendo "Tu non vuoi assumerti responsabilità." Questa frase la sento appena e forse lui non l'ha nemmeno detta, forse è stato il vento tra i rovi, forse un corvo che taglia il cielo o forse ho capito male e ha detto tutt'altro, e nonostante tutto sono tentato di proseguire nel mio cammino ma non faccio nemmeno in tempo ad accennare un passo che Alessio Boni sembra precedermi: "aspetta", mi dice, e adesso sono io che lo guardo dritto negli occhi e lui sembra come arretrare " Abbiamo bisogno anche di te"
"Alessio" dico mestamente, "guardami. Voi non avete bisogno di me. Io non ho niente da dare, e voi non avete bisogno di altro". Mi guarda incredulo, arreso.
"D'accordo, D'accordo. Va bene", sentenzia infine, annuendo nervosamente, stizzito ma comprensivo. Scorgo il suo sguardo incerto e sorpreso osservare me, la campagna e quel corvo che non smette di gracchiare "Allora Addio". "Addio Alessio, buona fortuna"
Lo osservo allontanarsi lungo la strada battuta fino a che, spinto da uno sconosciuto impeto, mi colgo ad esclamare ad alta voce "Alessio!" Ma lui si limita a voltarsi appena, impercettibilmente, e continuando a camminare, scompare tra i campi.
Io riprendo la via di casa, colto da un astratto senso di tristezza e amarezza.

martedì 14 aprile 2020

L'osservatore silenzioso. Autopsia per una resurrezione.







Questa è la testa di un vecchio manichino che mio padre, per un certo periodo, utilizzò come spaventapasseri nel suo oliveto. O almeno, credo che volesse utilizzarla per quel motivo perchè, per diversi anni, la testa è rimasta in bella vista sinistramente conficcata all'estremità di un grosso palo che stava in un un punto dell'orto completamente incolto e colmo di imbarazzi e strumenti per l'agricoltura. La testa è così rimasta per anni in quel punto esposta alle intemperie, al freddo, al caldo, alla pioggia, al sole, all'umidità e a tutto quello che vi può venire in mente. 
Io di tanto in tanto andavo all'oliveto per raccogliere le olive, per suonare con gli amici, per fare provvista di legna, raccogliere aranci o per fare cene, e la testa stava sempre lì, ed ogni volta che andavo la trovavo un po' cambiata a causa delle suddette intemperie, ed ero sempre affascinato dalla sua strana staticità, quella espressione neutra e rilassata, e gli facevo delle foto. 

Adesso mio padre ha venduto l'oliveto, e prima che questo passasse ai nuovi proprietari ho deciso di prendermi questa testa che tante volte si era offerta al mio sguardo, tante volte mostrava i suoi cambiamenti, e quasi mi faceva compagna osservando in silenzio ciò che accadeva intorno a lei, incurante del tempo e dei cambiamenti che porta con se, registrandoli sulla sua superficie screpolata e abrasa. 
Adesso la testa è nel mio salotto, ma sto pensando di metterla in cortile per lasciare che il tempo le offra i suoi segni e lei li accolga con la sua instancabile immobilità.
Prima di questa pandemia stavo studiando un video per lei, un video con tutti i crismi da registrare con tre videocamere e con l'aiuto di diversi amici. Il video lo riprenderò appena sarà possibile, ma intanto l'altro giorno ho passato un pomeriggio a fargli delle foto, senza l'utilizzo d filtri e senza fare alcun editing con Photoshop. Queste sono quelle che reputo migliori.